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  • Se sei da solo e non hai un bazooka, unisciti ad altri e lancia sassi

    Si arrende Navigator CO2, azienda statunitense intenzionata a far viaggiare la CO2 lungo 2.092 km di gasdotto attraverso 5 Stati nel Midwest americano, di fonte all’opposizione “d’acciaio” degli agricoltori. Proteste focalizzate sulla sicurezza del progetto e le ricadute negative sulle coltivazioni. Il colpo di grazia arriva dalle autorità statali, che negano i permessi. Ciò che sembrava impossibile al singolo, diventa possibile per una coalizione. Illinois Occidentale, USA - A Steve Hess, 68 anni, coltivatore di mais e soia sui terreni di proprietà della famiglia della moglie dal 1869, il primo legale consultato aveva consigliato di desistere. Non c’è modo di combattere questa battaglia, le esatte parole dell’avvocato. Opporsi al progetto da 3,4 miliardi di dollari di un’azienda supportata da Black Rock, il gigante americano degli investimenti, effettivamente poteva sembrare un’impresa impossibile. Meno di due anni dopo, al telefono con il Chicago Tribune Hess dichiara di essere pronto a festeggiare la vittoria, dopo “tutte le pietre che abbiamo tirato a Golia”. Forte degli sgravi messi a disposizione dall’Inflation Reduction Act di Biden - 1,3 miliardi di credito d’imposta l’anno - nel 2021 Navigator CO2 mette in pista la realizzazione dell’Heartland Greenway, un gigantesco gasdotto per la CO2 generata in 30 impianti di produzione dell’etanolo sparsi in tutta la regione del Midwest. 15 milioni le tonnellate di CO2 che avrebbero dovuto viaggiare ogni anno, 600.000 delle quali, secondo una dichiarazione di intenti, sarebbero andate a Infinium per la produzione di e-fuel; il resto sarebbe stato stoccato in un deposito sotterraneo in Illinois. Allettanti le proposte economiche dell’azienda per ottenere la servitù sui terreni agricoli, così come la promessa di far contenti tutti: gli ambientalisti, grazie alla CO2 rimossa - l’equivalente delle emissioni di 3,2 milioni di auto; gli agricoltori, il cui mais fa parte della filiera dell’etanolo per carburanti, che va decarbonizzata pena il declino; e le comunità coinvolte, per cui la costruzione della pipeline significherebbe 3.900 posti di lavoro l’anno, per almeno 4 anni. Tuttavia l’orgoglio contadino è troppo forte, così come le preoccupazioni per la perdita di produttività dei terreni - dal 6 al 46 per cento in meno, secondo una metanalisi del 2022 su 25 studi; ancora 24 per cento in meno a 5 anni dalla fine dell’installazioni, per la Soil Science Society of America. Ma il mantra dell’opposizione rimane la sicurezza: a Satartia, una manciata di case nel Mississippi, la rottura di un condotto della CO2 nel 2020 manda in ospedale 45 residenti. Difficile se non impossibile, nell’Illinois rurale, tenere il gasdotto a distanza di sicurezza da scuole e case. L’opposizione dei singoli diventa una coalizione, la Citizens Against Heartland Greenway Pipeline. Navigator CO2 combatte una guerra su più fronti. In Iowa è fiaccata da una battaglia legale estenuante sul presunto diritto dei periti dell’azienda di accedere a terreni privati senza permesso. Tutto bloccato in Illinois, futura sede del sito di stoccaggio, dove Mark Maple, ingegnere al servizio dell’Illinois Commerce Commission, boccia il progetto: le regole di sicurezza federali non sono aggiornate, e Navigator non ha ancora i permessi necessari a procedere. Il colpo di grazia arriva dal Sud Dakota, con un no definitivo ai permessi per motivi di sicurezza, salute e valore economico del territorio. È Brian Jorde, avvocato che rappresenta legalmente gli agricoltori della coalizione in 4 Stati, che spiega la vittoria: se devi combattere un gigante e non hai un bazooka, devi colpire in molti punti, a lungo e con perseveranza. Pietra dopo pietra, Golia è caduto. Carolina Gambino

  • A Essen si fanno i conti con il nuovo energy mix europeo

    All’insegna del claim Soluzioni per un futuro sostenibile, E-world Energy & Water è tornata quest’anno alla sua tradizionale data di febbraio e ha superato tutti i precedenti record di partecipazione. 900 espositori provenienti da 31 Paesi hanno presentato prodotti e soluzioni occupando l’intero quartiere fieristico di Essen, confermando questo evento espositivo e congressuale come punto di riferimento per l’industria energetica in Europa. Il livello internazionale dell’appuntamento è ormai acclarato: accanto ai grandi operatori e alle start-up tedesche, un quinto delle aziende presenti proviene da altri Paesi europei e l’Italia è stata ben rappresentata su tutta la filiera: agli operatori nazionali Eni, Enel e Duferco Energia (più Unicredit per l’ambito finanziario) si aggiungono le multinazionali che operano anche sul nostro territorio, come Engie, EDF, Axpo, EON, Repower, Iberdrola e Alpiq. In questa edizione l’attenzione è stata rivolta soprattutto a come conciliare resilienza, neutralità climatica e prospettive industriali. Gli stringenti obiettivi ambientali hanno infatti implicato una ridefinizione dell’energy mix europeo, con l’introduzione di sempre maggiore capacità rinnovabile, mentre le tensioni geopolitiche hanno forzato a tracciare nuovi flussi di approvvigionamento dei combustibili. Per gestire questa complessità sono quindi necessarie capacità di programmazione, analisi e gestione delle informazioni di mercato sempre più ampie e sofisticate. Nel contempo, nuove tecnologie - accumuli e vettori energetici, come l’idrogeno - stanno definitivamente entrando nella filiera con l’obiettivo di ottimizzare l’incontro tra domanda e offerta, oggi reso instabile dalla maggiore generazione rinnovabile non programmabile e intermittente. Coerentemente con questa evoluzione di mercato, i temi più trattati nei forum di discussione sono stati quelli relativi all’intelligenza artificiale e alla gestione dei dati, insieme alla capacità di gestire la domanda di energia nel bilanciamento della rete. Come è stato il caso dell’utilizzo dell’AI nell’ottimizzazione di un impianto di generazione, un argomento illustrato in una ricerca dall’istituto di matematica industriale Fraunhofer di Kaiserslautern. Il tema della sicurezza sottesa alle reti è stato invece presentato dall’IEC Israel Electric Corporation, che nel suo intervento ha proposto un approccio non più reattivo ma proattivo, anticipando le minacce grazie a maggiori velocità di elaborazione, ad architetture informatiche flessibili e a più ampie capacità analitiche e predittive. I grandi operatori di trading, dopo l’euforia stimolata dalla volatilità e dagli alti prezzi degli ultimi due anni, stanno rivedendo le proprie strategie in scenari di mercato più stabili; nel contempo, traguardano un orizzonte dove la componente rinnovabile, quindi intermittente, sarà predominante. Per esempio la Germania, in fase di uscita definitiva dal nucleare, ha fissato al 2030 un obiettivo dell’80 per cento di copertura dei consumi da fonte rinnovabile. E in questa prospettiva la capacità di previsione sarà sempre più rilevante, come hanno testimoniato le tante società che si occupano di meteorologia e previsione dei consumi presenti alla fiera dei record. Paolo Ghelfi

  • A Udine un goal per la sostenibilità

    Presentato a Milano, nella sede della Lega Serie A di calcio, il progetto innovativo - e primo nel suo genere in Italia - che prevede la realizzazione di un impianto fotovoltaico sulla copertura dello stadio di Udine di proprietà della società calcistica friulana Udinese Calcio. Mentre in alcune delle principali città del nostro Paese la “questione stadio” è lungi da essere risolta, dal Friuli-Venezia Giulia arriva un esempio di come si può fare sistema, interagire con il territorio ed esserne parte attiva in un percorso di crescita reciproca anche nell’ambito della sostenibilità e dell’efficienza energetica. Nella suggestiva cornice della sede della Lega Serie A di calcio è stato infatti presentato il progetto di Bluenergy Group e Udinese Calcio che prevede la realizzazione di un impianto fotovoltaico sulla copertura dello stadio di Udine, di proprietà della società calcistica friulana. Un progetto innovativo e primo nel suo genere in Italia, che prevede l’installazione di 2.409 pannelli solari di ultima generazione sulla copertura delle tribune e delle curve, che consentiranno di produrre ogni giorno 3 MWh di energia verde, rendendo la struttura parzialmente autosufficiente in termini energetici. Lo stadio di Udine, infatti, ha un consumo medio di 5 MWh, che raddoppia nei giorni degli eventi sportivi. “Il calcio - ha dichiarato Magda Pozzo, Chief Commercial Officer di Udinese Calcio - è uno strumento potente per promuovere il cambiamento, anche nella sostenibilità. È necessario però fare sistema: da soli è difficile raggiungere risultati importanti”. L’impianto fotovoltaico, progettato con il supporto del Politecnico di Milano in qualità di energy advisor, sarà realizzato in quattro fasi e dovrebbe essere completato entro il prossimo autunno, per diventare poi pienamente operativo una volta effettuati gli allacciamenti. Pensato già con una taglia adatta per partecipare a una Comunità Energetica Rinnovabile e provvisto di due cabine di media tensione, l’impianto potrebbe poi essere integrato con un sistema di accumulo a batterie da 330 kW per sfruttare al massimo la produzione fotovoltaica. “Essere sostenibili - ha sottolineato Alberta Gervasio, amministratore delegato di Bluenergy Group - è il nostro modo di fare impresa e di essere sul territorio. Questo progetto rappresenta l’inizio di un percorso di autonomia energetica che avrà ricadute positive per tutti”. Bluenergy Group, multiutility nata in Friuli-Venezia Giulia, fornisce energia green all’Udinese Calcio dal 2018, permettendo alla società di evitare l’emissione di 5.620 tonnellate di CO2. L’Udinese fa parte del Sustainability Working Group dell'European Club Association, per la definizione di una roadmap per la sostenibilità dei club calcistici europei.

  • Spiegoni FEEM - Cambiamento climatico, migrazioni e conflitti

    Ospitiamo su Pausa Energia gli Spiegoni FEEM, una proposta informativa nata con l’intento di spiegare alcuni temi connessi alla transizione energetica - cambiamento climatico, decarbonizzazione dei trasporti, finanza sostenibile - in modo semplice e preciso, grazie ad agili testi accompagnati da brevi video. Al lettore il giudizio sulla riuscita dell’iniziativa. Esistono numerosi legami tra cambiamento climatico, migrazioni e conflitti. Il movimento di persone in risposta ai cambiamenti ambientali non è un fenomeno nuovo: si è infatti verificato per secoli con il variare delle stagioni, o a causa di  rapide mutazioni climatiche dovute a fenomeni naturali - come le grandi eruzioni vulcaniche - o lente, come quelle legate a processi geologici. Tuttavia, è solo negli ultimi due decenni che la comunità internazionale ha iniziato a riconoscere le implicazioni più ampie dei cambiamenti climatici e ambientali per la mobilità umana. Già nel 1990, il Panel Intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) aveva avvertito dell’impatto potenzialmente significativo del cambiamento climatico sulla migrazione umana, prevedendo che milioni di persone sarebbero state sfollate a causa di fattori quali l’erosione costiera, le inondazioni e la grave siccità. Come previsto, negli ultimi due decenni a causa del cambiamento climatico l’incidenza dei disastri naturali è più che raddoppiata e l’aumento delle temperature, insieme agli eventi meteorologici estremi e allo sconvolgimento degli ecosistemi stanno rendendo meno abitabili alcune regioni del mondo, causando degrado dei terreni agricoli, desertificazione, inquinamento delle acque e siccità̀. Questi fattori stanno aumentando la pressione sui flussi migratori interni ed esterni: si stima che il 53 per cento dei 60 milioni di sfollati interni registrati nel 2022 siano dovuti a disastri naturali. I primi cinque Paesi con il maggior numero di nuovi sfollati interni sono stati Pakistan, Filippine, Cina, India e Nigeria, con il 98 per cento dei 32,6 milioni di nuovi sfollati interni dovuti a disastri attribuiti a rischi legati alle condizioni meteorologiche, come tempeste, inondazioni e siccità. Non esiste ad oggi una definizione legale universalmente accettata di migranti climatici e di migrazione climatica. Davanti ai tentativi di definizione, viene infatti spesso sollevata l’obiezione che non esiste una relazione diretta tra i due fenomeni, poiché il cambiamento climatico di per sé non provoca direttamente lo spostarsi delle persone. L’opposizione esistente ad una definizione unanime di migranti climatici nasconde anche in sé un forte motivo politico: il riconoscimento dei rifugiati climatici, infatti, avrebbe ricadute sulla popolazione di cui i sistemi di accoglienza nazionali dovrebbero occuparsi. L’assenza di una definizione legalmente valida di migranti climatici, però, lascia un vuoto normativo sullo status giuridico di coloro che fuggono dagli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Negli scorsi anni, al fine di inserire nell’agenda politica questo fenomeno, l’IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ha sostenuto che, sebbene il legame tra cambiamento climatico e migrazioni non sia diretto, il primo aggrava le vulnerabilità esistenti e rende più difficile la sopravvivenza nelle aree più esposte, costringendo le persone a spostarsi alla ricerca di condizioni più favorevoli. Su questa base, ha proposto la seguente definizione di migranti ambientali: “persone o gruppi di persone che, a causa di un cambiamento improvviso o progressivo dell’ambiente che influisce negativamente sulle loro condizioni di vita, sono obbligati o scelgono di lasciare le loro residenze abituali, temporaneamente o permanentemente, e si spostano all’interno del loro Paese o all’estero”. Inoltre, sebbene i ricercatori siano generalmente d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico non porti direttamente ad un aumento dei conflitti armati, è ampiamente riconosciuto che potrebbe aumentarne il rischio indirettamente, intensificando la competizione per le risorse, riducendo la prosperità economica, aumentando i flussi migratori e creando sfide alla sicurezza. Inoltre, nelle aree già colpite da conflitti, i cambiamenti del clima possono esacerbare e prolungare la violenza, indebolendo le istituzioni e i meccanismi di adattamento della popolazione. Cristina El Khoury e Valeria Zanini

  • Fotovoltaico, in Costa d’Avorio nuovo progetto da 52 MW

    Secondo i dati dell’Energy Progress Report 2023, la popolazione mondiale ancora priva di accesso all’elettricità è scesa da 1,1 miliardi del 2010 a 675 milioni; di questi, gran parte vivono in Africa, soprattutto nei Paesi della regione subsahariana. In Costa d’Avorio, dove ancora più della metà degli abitanti delle zone rurali non ha accesso all’energia elettrica, è stato approvato un nuovo progetto per la costruzione di una centrale fotovoltaica. Con un investimento stimato di 60 milioni di euro sarà realizzato un impianto da 52 MW nei pressi di Sokhoro, nel nord del Paese. Secondo il Ministero delle Miniere, del petrolio e dell’energia ivoriano, i lavori inizieranno nel secondo trimestre del 2024 con la piena operatività prevista entro la fine del 2025. Il progetto rientra nel piano del governo del Paese africano di sviluppare 600 MW di capacità solare entro il 2026 e di avere entro il 2030 il 45 per cento di energia rinnovabile nel proprio mix energetico. Attualmente la Costa d’Avorio ha una capacità installata di 2,9 GW, di cui il 30 per cento da fonti rinnovabili. Sempre nell’ambito di una progressiva decarbonizzazione, nel Paese è stato recentemente inaugurato il parco solare di Boundiali, da 37,5 MW. Dotato di un sistema di accumulo con batterie, è in grado di soddisfare il fabbisogno elettrico di 30.000 famiglie. L’impianto di Boundiali ha richiesto un investimento di 40 milioni di euro.

  • Riciclo pneumatici, storia (americana ma anche un po’ italiana) di un “no”

    Syngas da pirolisi di pneumatici usati: a Youngstown (Ohio, USA) cittadini e sindaco mettono in pausa i piani dell’utility locale di produrre plastica riciclata, gas sintetico e nerofumo (nero di carbonio) a partire da diversi materiali di scarto. Non sarebbe comunque un addio ma un arrivederci, poiché resta il parere favorevole (e relativa autorizzazione) dell’EPA. Nel 2021 SOBE Thermal Solutions rileva dal vecchio gestore per soli 250.000 dollari l’ormai obsoleta centrale termica di Youngstown, in Ohio, che produceva vapore da carbone dal 1800. Nel 2022 il CEO David Ferro annuncia di voler rinnovare l’impianto e produrre plastica riciclata, gas sintetico e nerofumo (nero di carbonio) a partire da diversi materiali di scarto, principalmente pneumatici dismessi. Dalla combustione del syngas verrebbe il vapore per alimentare la rete di riscaldamento cittadina. 88 le tonnellate di pneumatici trasformati ogni giorno, 24 per cento il contenuto medio di polimeri plastici di sintesi nei copertoni da riciclare, 55 i milioni di dollari necessari per realizzare il progetto. La comunità però si oppone. Nel 2021 ad Ashley, nello Stato limitrofo dell’Indiana, un tremendo incendio parte dall’impianto di riciclaggio di materie plastiche: è il settimo dal 2020. Anche lì gli scarti vengono sottoposti a pirolisi. Nel 2023 deraglia un treno nella vicina East Palestine: 38 vagoni di sostanze chimiche tossiche vanno in fiamme; lo scenario è da film apocalittico. A Youngstown si teme una replica dello stesso film; lo stabilimento sarebbe eretto a soli due isolati da un carcere di grandi dimensioni, un dormitorio universitario, e il Youngstown State Football Stadium, con una capienza di 20.000 spettatori. Nasce un comitato cittadino e il 26 dicembre 2023 il sindaco Jamael Tito Brown firma una risoluzione, votata all’unanimità dal consiglio comunale. Per Silverio Caggianno, Capo dei Vigili del fuoco locali in pensione e da 18 anni nel Comitato nazionale di gestione dei rischi da rifiuti pericolosi e primo soccorso nelle emergenze, il nuovo impianto è la “ricetta per un disastro”. Come ad Ashley nell’Indiana, i pompieri della piccola cittadina in caso di incidente non avrebbero l’esperienza o l’equipaggiamento per domare incendi con rischio chimico di tale portata. La risoluzione impone una moratoria; il progetto va in panchina per un anno. È la prima volta in assoluto che in Ohio un impianto di pirolisi è ufficialmente bloccato da una disposizione locale. Ci sarebbero implicazioni più profonde, dal momento che il nuovo impianto aggraverebbe una situazione già poco sostenibile. I quartieri limitrofi allo stabilimento ospitano una popolazione principalmente nera, minoranze etniche linguisticamente isolate con alti livelli di disoccupazione e basso grado di istruzione. In aggiunta, la comunità locale presenta uno dei livelli più alti di “ingiustizia ambientale” in tutto lo Stato, secondo diversi parametri: inquinamento, rischio di malattie da esposizione a sostanze chimiche, vicinanza a rifiuti tossici. Nonostante i pareri discordanti tra funzionari statali e centrali, il 14 febbraio 2024 l’EPA rilascia comunque l’autorizzazione alla costruzione, promettendo controlli extra. Delusa l’amministrazione comunale ma determinata a fare ricorso. La battaglia si giocherà sui permessi urbanistici: la zona dell’impianto è classificata mixed use, ad uso residenziale, commerciale e ricreativo; per quello che è, di fatto, un impianto chimico-industriale, a SOBE serve una modifica al piano regolatore. Oltre al permesso dei vigili del fuoco e delle autorità per la sicurezza sul lavoro. Thomas Hetrick, presidente del Consiglio Comunale, spera che la risoluzione comunale regga dal punto di vista legale se il gioco si farà duro: a Youngstown (12 per cento di cittadini di origine italiana, celebrati ogni anno nell’Italian Fest, ndr) - nota il consigliere non senza ironia - facciamo una risoluzione comunale anche per proclamare “l’Italiano dell’anno”. Carolina Gambino

  • CO2, dalla UE 480 milioni di euro per stoccaggio e trasporto

    Per raggiungere gli obiettivi climatici - soprattutto per la decarbonizzazione dei cosiddetti settori hard to abate, come le industrie del cemento o dell’acciaio - uno degli strumenti cardine è rappresentato dalla cattura e stoccaggio della CO2. All’interno del Connecting Europe Facility, per sviluppare i settori della Carbon Capture and Storage (CCS) e della Carbon Capture Utilization and Storage (CCUS), che prevede anche l’utilizzo del carbonio catturato, la UE ha approvato un finanziamento di 480 milioni di euro a sostegno di cinque studi per il trasporto e lo stoccaggio del carbonio. Il progetto D’Artagnan, che riceverà 189 milioni di euro, intende collegare tramite gasdotto e navi le attività industriali del porto di Dunkerque e del suo entroterra ai principali centri di stoccaggio permanente in fase di sviluppo nel Mare del Nord. Il progetto Aramis, finanziato con 124 milioni di euro, prevede il trasporto di CO2 di origine antropica e biogenica nel porto di Rotterdam attraverso condotte onshore e navi, per lo stoccaggio geologico permanente in giacimenti di gas esauriti nel Mare del Nord, grazie a una rete sottomarina di 200 chilometri. L’entrata in funzione del sistema è prevista per l’inizio del 2026. Altri 33 milioni di euro sono stati destinati al progetto CO2next, che sempre nel porto di Rotterdam prevede la realizzazione di un terminal di importazione. Il porto di Rotterdam, destinato a diventare il maggiore hub di infrastrutture per la CCS in Europa, è al centro anche del progetto Porthos (Port of Rotterdam CO2 Transport Hub and Offshore Storage) che, forte di un finanziamento di 131 milioni di euro, prevede di catturare e stoccare 2,5 milioni di tonnellate di carbonio ogni anno provenienti da diversi Stati UE. Infine, 2,5 milioni di euro sono stati destinati all’Interconnector EU CCS, un progetto di infrastruttura per lo stoccaggio della CO2 a Danzica, in Polonia. L’Unione Europea si è posta come obiettivo il sequestro di 50 milioni di tonnellate entro il 2030 e di 450 milioni di tonnellate nel 2050.

  • Batterie e nuovi materiali: la Ricerca di Sistema guida l’innovazione

    All’Auditorium Testori di Palazzo Lombardia vanno in scena le batterie. Il mercato è in evoluzione, la domanda globale crescente e guidata dalla mobilità elettrica e dall’accumulo stazionario. A fronte della necessità di creare una filiera sostenibile - europea e italiana - per tutta la catena del valore degli accumuli elettrochimici, quale ruolo può avere la ricerca ? Gli ultimi risultati dei laboratori RSE - Ricerca sul Sistema Energetico. Nell’ambito delle attività supportate dalla Ricerca di Sistema, i ricercatori di RSE - insieme agli altri partner di progetto (CNR ed ENEA in primis) hanno presentato a una platea attenta e numerosa i vantaggi legati allo sviluppo di una filiera italiana delle batterie a ioni-sodio. Forti di una maggiore sostenibilità ambientale ed economica (grazie al minor impiego materiali critici) e prestazioni prossime a quelle del litio questi sistemi di accumulo elettrochimico possono garantire all’industria europea stabilità dei prezzi e maggiore sicurezza nell’approvvigionamento delle materie prime. “I materiali determinano il 60-70 per cento dei costi delle batterie” esordisce Omar Perego, Project Manager di RSE (ente di ricerca che si occupa di tutta la catena del valore dell’energia, dalla produzione agli usi finali) che introduce e modera le sessioni tecniche del mattino. Le batterie più performanti attualmente in commercio sono costituite da materiali critici e strategici. Occorre quindi percorrere strade alternative: pensare a nuove fonti di approvvigionamento, potenziare il riuso - una seconda vita per allungare la vita utile della batteria - e il riciclo - con il recupero dei materiali da celle esauste. “Ed è necessario - conclude Omar Perego - che l’innovazione tecnologica si concentri sulla scelta di materiali meno critici, alleggerendo il litio di alcune responsabilità”. Ed è proprio per questo motivo - alleggerire il litio di alcune responsabilità - che sale sul palco il sodio. Non si tratta di un debuttante. Le batterie a ioni-sodio non rappresentano infatti una tecnologia innovativa, ma di certo la più promettente tra quelle post litio: stessi principi chimici del litio, meno Critical Raw Materials. Nelle batterie ioni-sodio restano tuttavia alcuni ostacoli da superare: ad esempio, l’NA+ non può intercalare nella grafite naturale (che è materiale critico); bisogna quindi trovare altri materiali anodici che siano prodotto di sintesi. Il più comune di questi è il cosiddetto hard carbon, il materiale anodico principe che nelle batterie a stato solido può essere NA-metallico. L’hard carbon può essere una alternativa efficace nelle applicazioni che non richiedono potenze elevate e dove il costo e la sostenibilità dei materiali giocano un ruolo significativo. “Il successo dell’hard carbon è legato alla sua capacità specifica- racconta Claudia Paoletti, ricercatrice ENEA. La sintesi avviene tramite pirolisi sottovuoto della lignina, un polimero naturale derivato dalla lignificazione delle piante, a basso costo e facilmente disponibile. Il processo ha una resa del 30 per cento”. Altri anodi alternativi sono stati illustrati da Stefano Marchionna, ricercatore RSE. Si tratta di una famiglia di materiali - MAXphase e MXeni - molto innovativi di origine organica, non pensata per l’ambito storage. “Ma abbiamo voluto crederci” - chiosa Marchionna. Si tratta di carburi o nitruri lamellari esagonali, strutture che possono essere chimicamente smontate e che danno origine a materiali chiamati MXeni (si pronuncia MaXeni) - “una meravigliosa lasagna senza il ragù” - che hanno molteplici ambiti applicativi. Intercalando facilmente molti ioni, sono infatti materiali molto stabili e hanno buona reversibilità. È possibile migliorare la sostenibilità della produzione di MXeni validando sintesi alternative all’uso dell’acido fluoridrico (HF) come reagente? O migliorare le prestazioni di accumulo realizzando compositi con altri elementi alliganti (come per esempio l’antimonio)? L’approccio di RSE si basa sulla volontà di dare risposta a queste criticità. I risultati sono confortanti, le capacità interessanti e c’è margine di miglioramento. A noi non resta che rimanere connessi, per non perdere i prossimi promettenti sviluppi della ricerca.

  • Spiegoni FEEM - La finanza sostenibile

    Ospitiamo su Pausa Energia gli Spiegoni FEEM, una proposta informativa nata con l’intento di spiegare alcuni temi connessi alla transizione energetica - cambiamento climatico, decarbonizzazione dei trasporti, finanza sostenibile - in modo semplice e preciso, grazie ad agili testi accompagnati da brevi video. Al lettore il giudizio sulla riuscita dell’iniziativa. La finanza per il clima costituisce la condizione necessaria per l’implementazione dell’azione climatica a livello mondiale, sia in termini di mitigazione che di adattamento. Nel linguaggio comune, con la locuzione ci si riferisce sia agli investimenti per il clima - tutti gli investimenti in beni fisici, incluse le infrastrutture, necessari per raggiungere le zero emissioni entro il 2050 e per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici - sia agli strumenti finanziari per il clima - ovvero le diverse modalità di finanziamento di tali investimenti, che possono essere locali, nazionali o transnazionali, provenienti da fonti pubbliche, private e alternative. Recenti stime di McKinsey prevedono che, a livello globale, saranno necessari fra i 9.000 e i 12.000 miliardi di dollari di investimenti annuali entro il 2030, di cui, secondo l’UNFCCC, 5.900 miliardi serviranno ai Paesi in via di sviluppo per raggiungere gli obiettivi climatici definiti nei loro NDC (gli obiettivi di mitigazione nazionale). Le politiche svolgono un ruolo fondamentale per attrarre i finanziamenti necessari per coprire questi investimenti, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, che non dispongono di sufficienti risorse proprie e, per motivi diversi, non riescono ad attrarre capitali privati. A causa di questa difficoltà e dello squilibrio esistente tra responsabilità storiche delle emissioni - imputabili in larghissima parte ai Paesi sviluppati - e vulnerabilità agli effetti del cambiamento climatico - molto più marcata nei Paesi in via di sviluppo - nel contesto delle COP l’espressione finanza per il clima è spesso sinonimo di trasferimenti finanziari da Paesi sviluppati a Paesi in via di sviluppo. A coprire il divario tra le risorse a disposizione e quelle necessarie per l’azione climatica non sono sufficienti le azioni intraprese dai governi dei Paesi sviluppati, che ad oggi non sono ancora riusciti a raggiungere l’obiettivo - comunque inadeguato - di 100 miliardi di dollari l’anno, somma che si erano impegnati a versare nel 2009 durante la COP di Copenaghen e che hanno confermato a Parigi nel 2015. In questo contesto, secondo l’UNCTAD, l’agenzia del commercio dell’ONU, sono quattro le priorità da affrontare per riuscire a mobilitare fondi pubblici, ma anche privati, per l’azione climatica nei Paesi in via di sviluppo: la riduzione del debito pubblico dei Paesi a basso reddito (che si stima spendano ogni anno cinque volte di più per il servizio del debito che per l’adattamento al clima); una riforma del Fondo Monetario Internazionale (FMI) che preveda modi innovativi di impiegare i Diritti Speciali di Prelievo (DSP) al fine di massimizzare il loro impatto sul clima, mantenendo il vantaggio di fonte di liquidità priva di condizionalità e di debito; l’aumento dell’efficacia delle banche di sviluppo nel finanziare i progetti climatici; e la mobilitazione di finanziamenti privati verso gli obiettivi climatici, tramite incentivi e misure normative che guidino l’allineamento dei flussi finanziari privati con l’azione climatica. Questi punti sono stati oggetto di acceso dibattito durante gli ultimi anni. Infatti, più di altri argomenti, la finanza per il clima suscita posizioni contrastanti. I temi del contendere sono vari: dall’impossibilità di molti Paesi a basso reddito di emettere debito pubblico in moneta locale, all’eccessivo peso che i Paesi sviluppati hanno nelle istituzioni multilaterali. Questo tema rappresenterà una delle linee di lavoro politiche più importanti del 2024, all’interno del processo delle COP, durante gli incontri primaverili a Washington delle banche multilaterali di sviluppo, il G7 - di cui l’Italia quest’anno ha assunto la Presidenza - e il G20. Federico Pontoni e Valeria Zanini

  • PPA, cresce il mercato europeo. Tra le fonti, FV in testa

    Per difendersi dalle fluttuazioni del mercato e raggiungere gli obiettivi di sostenibilità risparmiando sui costi energetici, sempre più aziende si affidano ai Power Purchase Agreement (PPA), contratti di acquisto di energia rinnovabile a medio e lungo termine. Un mercato da 16,2 GW in Europa, che nel 2023 ha visto una crescita del volume contrattuale del 40 per cento su base annua. È questo uno dei dati riportati dallo European PPA Market Outlook 2024 pubblicato da Pexapark, società di consulenza svizzera che sottolinea come siano state 272 le operazioni segnalate, con un aumento del 65 per cento rispetto al 2022. Per quanto riguarda le fonti, i volumi maggiori sono stati appannaggio del fotovoltaico con 160 accordi per una capacità totale di 10,5 GW. Molto staccato l’eolico: l’onshore ha visto sottoscrivere 58 accordi per un totale di 2,3 GW; per l’offshore solo 20 accordi e 2 GW. Protagoniste del mercato dei PPA nel 2023 sono state le aziende, che hanno sottoscritto 218 accordi e contrattualizzato 11,95 GW, in aumento del 28 per cento rispetto all’anno precedente; 48 contratti sono stati invece firmati dalle utility, per 4,02 GW. Tra i singoli Paesi, il report incorona la Spagna leader del mercato PPA per il quinto anno consecutivo, con contratti per 4,67 GW. Seguono la Germania con 3,73 GW, e Italia, Grecia e Regno Unito con 1 GW ciascuno. Secondo gli analisti, nel 2024 il mercato dei PPA dovrebbe raggiungere i 20 GW e la Germania potrebbe sfidare la Spagna per la leadership europea.

  • Nucleare: dove vai se la norma non ce l’hai?

    L’ultimo tentativo di ritornare alla produzione di energia da fonte nucleare in Italia è un esempio emblematico delle difficoltà e dei ritardi che il nostro Paese è solito incontrare. Ripassare le vicende del 2009-2011 serve a ricordare come siano mancati un sereno e leale confronto tra Stato, Regioni ed Enti locali, e un dibattito approfondito in seno all’opinione pubblica. Ne scrivono Antonio Di Martino e Antonio Sileo su Nuova Energia. Come la fenice, il nucleare è ritornato nel dibattito italiano. Con l’inizio della XIX Legislatura da più parti è stata ribadita la necessità che il nostro Paese si doti di una fonte pulita - almeno in relazione alle emissioni climalteranti - ed esente da problemi di discontinuità e consumo di suolo, ma ben più di altre soggetta a problemi di accettabilità, come (appunto) l’energia nucleare - o, meglio, il ritorno alla produzione di energia da fonte elettronucleare. “Va detto subito - esordiscono Di Martino e Sileo - che in Italia, ma anche altrove, da tempo e in misura crescente l’accettabilità scarseggia per qualsivoglia opera”. Tuttavia, nel caso specifico dell’uso a fini energetici e pacifici dell’energia atomica (come si diceva una volta), gli aspetti del consenso trascendono i rapporti con i territori ospitanti gli impianti per assumere un carattere sistemico. “La produzione di energia da fonte nucleare, al di là del tipo e della taglia degli impianti, necessita di un consenso multidimensionale che deve cementarsi tra istituzioni, livelli di governo e, non ultimi, tutti i semplici cittadini”. Prescindendo, dunque, dalle questioni economiche e di mercato - non semplici e tutt’altro che scontate - è utile ripercorrere cosa sia avvenuto nell’ultima rinascita nucleare bruciata dal referendum di giugno 2011. Sperando di evitare almeno qualche errore del passato. Questo perché l’atomo, per avere successo, richiede che tutti gli anelli di una lunga catena -industria, utility, autorità di sicurezza e di regolazione, Pubblica Amministrazione - funzionino bene. Una condizione che non può essere disgiunta da un set di norme e regole efficaci. “Se si partisse nel corso di questa legislatura, ci sarebbero - almeno sulla carta - i tempi e una maggioranza sufficientemente trasversale per varare nuove indispensabili norme per ripartire da dove ci si era fermati oltre un decennio fa. Che poi vale a dire da zero”. Uno scontro Regioni-Governo e un nuovo referendum sarebbero inevitabili? Diciamo decisamente probabili; quello che potrebbe variare potrebbe essere l’esito. Non sarebbe scontato, ad esempio, il raggiungimento del quorum per il referendum. Naturalmente - siamo italiani - se anche una nuova legislazione superasse indenne il vaglio referendario, siamo certi che non mancherebbe la chiamata in causa di giudici amministrativi e costituzionali. Una cosa, però, andrebbe tenuta preliminarmente bene a mente. Prima di ripartire con una nuova produzione di energia elettronucleare, bisognerebbe mettere (quasi del tutto) a posto quello che resta della vecchia. Ci riferiamo segnatamente al mitico deposito nazionale, un’infrastruttura ambientale di superficie dove saranno messi in sicurezza i rifiuti radioattivi prodotti in Italia, generati dall’esercizio e dallo smantellamento delle quattro centrali, con reattori di tre differenti tecnologie, dei cinque impianti legati al ciclo del combustibile e di un reattore di ricerca, nonché di quelli derivanti dalle attività di medicina nucleare e industriali. Insomma, per essere sufficientemente credibili e per parlare di nuovo (nucleare), occorre prima mettere a posto il vecchio.

  • Grecia, nel 2023 boom della produzione rinnovabile

    Spinta anche dalla situazione geopolitica e dalla conseguente difficoltà negli approvvigionamenti, la quota di produzione di elettricità rinnovabile in Grecia ha raggiunto il suo massimo storico nel 2023. Secondo i dati dell’Independent Power Transmission Operator (IPTO), il gestore del sistema di trasmissione ellenico, nei primi undici mesi del 2023 gli impianti rinnovabili, insieme alle grandi centrali idroelettriche, hanno coperto il 57 per cento della domanda, comunque in calo del 2,9 per cento a fine novembre. I parchi eolici e solari hanno contribuito per il 47,9 per cento, con una capacità eolica che ha superato i 5 GW, e l’idroelettrico per il 9,1 per cento. Di contro, i consumi di gas naturale sono diminuiti del 10,1 per cento, mentre la produzione da carbone è stata la più bassa dagli anni ‘70 del secolo scorso. Nel periodo gennaio-novembre la quota della lignite è scesa per la prima volta sotto la soglia del 10 per cento, attestandosi al 9,9. Risultati che hanno permesso di raggiungere il minimo storico di emissioni derivanti dalla produzione di elettricità, con 13,25 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, segnando un meno 23 per cento su base annua. I dati rilasciati dall’IPTO segnalano un altro aspetto importante, che dimostra come e quanto stia cambiano il mercato elettrico: i prosumer (coloro che sono insieme produttori e consumatori dell’energia prodotta) nel 2023 hanno installato 421,3 MW per l’autoconsumo, il doppio rispetto all’anno precedente e in costante crescita dal 2019.

  • Maggior Tutela, tutto è bene quel che finisce

    Quando è arrivato il comunicato di Acquirente Unico con il quale si annunciavano, come previsto dal Regolamento, gli esiti ufficiali delle aste del 10 gennaio per il Servizio a Tutele Graduali per i clienti domestici non vulnerabili, mai avrei pensato di finire in un ginepraio. A circa 4,5 milioni di clienti domestici non vulnerabili, ossia tutti quei consumatori che non hanno ancora scelto un fornitore di elettricità sul mercato, è stato assegnato l’operatore che si è aggiudicato una delle 26 aree territoriali di riferimento (12 al Nord, 4 al Centro e 10 al Sud). Enel Energia ed HERA se ne aggiudicano 7 a testa, seguite da Edison con 4 e Illumia con 3. A2A e Iren se ne aggiudicano 2 ciascuno ed E.ON una (vedi tabella in calce al testo). Le condizioni contrattuali del Servizio a Tutele Graduali (qui ci limitiamo a copia-incollare il testo dell’AU) corrispondono a quelle delle offerte PLACET, mentre le condizioni economiche relative al costo dell’energia sono basate sui valori a consuntivo mensile del PUN (PUN ex post) e comprendono i corrispettivi a copertura degli altri costi. Il Servizio durerà tre anni (dal 1° luglio 2024 al 31 marzo 2027), durante i quali i clienti saranno riforniti dal vincitore del lotto di competenza al prezzo fissato in sede di asta, ferma restando la possibilità di passare in qualsiasi momento al mercato libero. L’esito della procedura sembra cambiare - forse non di poco - la mappa della vendita al dettaglio dell’energia elettrica in Italia. Enel conquista Roma, Milano e Brescia, togliendo la Capitale ad Acea e le due città lombarde ad A2A, mentre Hera - che tiene nei suoi territori e si aggiudica oltre 1 milione di clienti - arriva a Genova al posto di Iren e Illumia e a Torino (entrambe non erano attive nella Maggior Tutela). Acea perde tutti i suoi clienti domestici non vulnerabili e non si aggiudica nessun’altra area, come pure Plenitude e Sorgenia. A guardare i numeri, dunque, ci sarebbero dei vincitori e dei vinti. Non così a leggere le dichiarazioni, molto simili ai commenti post-elettorali, dove tutti esprimono ampia soddisfazione per il risultato. Giuseppe Moles, amministratore delegato di Acquirente Unico, sottolinea l’ampia partecipazione degli operatori alle procedure competitive, che hanno dato “risultati molto soddisfacenti in termini di prezzi, cosa di cui beneficeranno i consumatori finali”, auspicando un risultato analogo, in termini di partecipazione e di vantaggio economico, per le aste per l’assegnazione del servizio di vendita ai consumatori vulnerabili. Dello stesso avviso Leonardo Santi, presidente di AIGET, “molto soddisfatto degli esiti dell'asta, così come dell’ampia partecipazione degli operatori, a riprova della validità di questo strumento”. I risultati - ampliamento del mercato, riduzione delle posizioni dominanti e prezzi in netta discesa - “confermano quanto sempre segnalato da AIGET riguardo alla necessità di una completa liberalizzazione. Dove c'è una reale concorrenza ci sono sempre concreti vantaggi per i consumatori, maggiori opportunità di scelta e prezzi più competitivi a beneficio dell’intero Sistema Italia”. Anche per il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin l’esito delle aste - “caratterizzate da una grande partecipazione e da una concorrenza tra gli operatori che si traduce in vantaggi per gli utenti” - è positivo. Secondo il MASE “i clienti potranno usufruire di un prezzo inferiore rispetto a quello in Tutela, per una media di circa 73 euro lordi annui”. Un bene essenziale a un prezzo ragionevole: questo si aspettano i consumatori “ed è ciò che stiamo costruendo attraverso un percorso chiaro e trasparente, che ci pone tra i Paesi più avanzati d’Europa”. Più radicale il giudizio di Carlo Stagnaro dalle colonne del Foglio: pur attestando il risparmio in bolletta di circa 130 euro per i non vulnerabili, afferma che “lo stesso non può dirsi dei consumatori considerati vulnerabili, che continueranno a pagare di più in cambio del privilegio di essere mantenuti in Maggior Tutela”. “Verrebbe da dire - prosegue Stagnaro - che tutto è bene quel che finisce bene se non fosse che questa partita si è svolta nel peggiore dei modi, travolta come è stata da un'ondata di disinformazione e populismo con pochi precedenti”. I messaggi catastrofici rimbalzati dai media hanno creato timori immotivati, alimentando molte truffe telefoniche che nella disinformazione trovano la loro linfa. Una buona campagna informativa, che spieghi a ciascuno come trarre beneficio dalla concorrenza, è quello che serve. “Campagna - conclude Stagnaro - incomprensibilmente affidata ad Acquirente Unico anziché all’ARERA, che in teoria avrebbe dovuto esserne responsabile e che anziché mettere l’informazione al centro è stata utilizzata per affossare la liberalizzazione”. Ultimo ma non ultimo, omino della luce su X(Twitter) o Twitter(X), secondo cui le cose sono più complesse. “In realtà per quasi tre anni i clienti che passeranno alle tutele graduali godranno immotivatamente di una fornitura sottocosto” (-130 euro/anno vs Tutela, non 73 euro, e non lordi come si legge nella nota del MASE) per effetto del ribasso medio offerto dagli operatori, che oscilla tra -201 e +29 euro/cliente/anno. La media, poco più di 73 euro, si somma infatti all’azzeramento delle componenti di commercializzazione (PCV) e DispBT (circa 58 euro) che si applicavano al vecchio prezzo di Maggior Tutela. Detto con formula magica stile Salagadula megicabula:[PCV + DispBT = -58,40 euro/anno] + [Parametro γ = -73 euro/anno (STGD)] = Risparmio di circa 130 euro/anno rispetto alla Maggior Tutela attuale. Tutto è bene quel che finisce. Tutto finisce. Tutto è bene?

  • Fotovoltaico, la corsa continua. E fa tappa in Baviera

    L’energia solare, in costante crescita in Europa, farà bella mostra di sé alla nuova edizione di Intersolar Europe in programma a Monaco di Baviera dal 19 al 21 giugno 2024. Innovazione tecnologica e integrazione delle diverse fonti nel sistema energetico saranno al centro della principale manifestazione mondiale per l’industria del settore. In un mondo in continuo cambiamento – non solo climatico – sembra esserci un punto fermo: la costante crescita degli impianti fotovoltaici in Europa. Un dato confermato dall’EU Market Outlook for Solar Power 2023-2027, pubblicato da SolarPower Europe, la principale associazione europea del settore con oltre 300 membri. Nella UE, infatti, per il terzo anno consecutivo il mercato è cresciuto di circa il 40 per cento, con 56 GW di nuova capacità e con il segmento dei tetti a trainare il settore. Il 2023 ha inoltre rappresentato l’anno migliore per il fotovoltaico in 20 dei 27 Stati membri - in 14 sono stati installati 1 GW o più di nuova capacità - con incrementi che hanno portato il totale UE a 263 GW. La Germania comanda la classifica con nuovi 14 GW. Un risultato favorito anche dalla legge sulle fonti energetiche rinnovabili (EEG - Erneuerbare-Energien-Gesetz) aggiornata nel 2023 con tariffe incentivanti più elevate, una migliore remunerazione e più superfici disponibili. In seconda posizione, ma comunque staccata, troviamo la Spagna con 8,2 GW di nuova capacità solare. E l’Italia? Dopo alcuni anni tra i fabulous five, sale sul podio al terzo posto ma, nonostante sia conosciuto nel mondo come il Paese del sole, nel 2023 la nuova capacità è stata di “soli” 4,9 GW, grazie soprattutto al segmento commerciale-industriale. In classifica, tra i primi cinque, troviamo al quarto posto la Polonia - poco distante da noi con 4,6 GW - e i Paesi Bassi, quinti con 4,5 GW. Completano la graduatoria la Francia (con 3 GW), l’Austria (2,2 GW), il Belgio (1,7 GW), e Grecia e Ungheria entrambe con 1,6 GW. Diverso l’andamento per la produzione europea di componenti per i moduli fotovoltaici, molto inferiore rispetto alle attese. Secondo il report, l’Europa non raggiungerà entro il 2025 l’obiettivo di 30 GW di capacità di produzione di componenti, con un mercato che dovrà quindi ancora fare affidamento in grande misura sulle importazioni, soprattutto per componenti come le barre monocristalline (lingotti) e i wafer. Il settore resta in grande fermento e si dà appuntamento a Monaco di Baviera per scoprire i nuovi prodotti e le ultime tecnologie, aggiornarsi sugli sviluppi e le prospettive del mercato. Dal 19 al 21 giugno 2024 va in scena la nuova edizione di Intersolar Europe, la manifestazione leader mondiale per l’industria fotovoltaica che sarà come di consueto anche importante occasione per fare matching e scambio di esperienze. Organizzata da Solar Promotion, Intersolar Europe fa parte di The Smarter E Europe, la più grande piattaforma europea per il settore, che comprende anche le manifestazioni tematiche EM-Power Europe, dedicata alla gestione dell’energia e alle soluzioni energetiche interconnesse; Power2Drive, focalizzata sulle infrastrutture di ricarica e la mobilità elettrica; ed ees Europe, che dà spazio alle batterie e ai sistemi di stoccaggio dell’energia.

  • Rinnovabili, i nativi americani contro una nuova infrastruttura di rete

    Come la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, così il percorso verso la decarbonizzazione continua ad essere irto di ostacoli. Negli USA alcune tribù di nativi bloccano la costruzione della linea di trasmissione SunZia Southwest Transmission Project, tra il New Mexico e l’Arizona, una delle più importanti opere infrastrutturali degli Stati Uniti. Dopo la vicenda che ha visto protagonista l’Enel che, secondo quanto riporta il Financial Times, dovrà pagare 260 milioni di dollari per rimuovere 84 pale eoliche dalle terre dei nativi Osage, in Oklahoma, altre due tribù hanno intentato una causa chiedendo alla Corte distrettuale di fermare i lavori per preservare la San Pedro Valley, nel sud-est dell’Arizona. Secondo i Tohono O’odham Nation e i San Carlos Apache, supportati dall’Archaeology Southwest e dal Center for Biological Diversity, il progetto non rispetterebbe il National Historic Preservation Act, poiché attraversa siti culturali tribali e aree sacre ai nativi americani. SunZia Transmission è una linea di trasmissione ad alta tensione, lunga 550 miglia e con una capacità di 3 GW, che sarà costruita per trasportare l’elettricità rinnovabile prodotta dall’impianto SunZia Wind in aree con elevata domanda di energia. SunZia Wind è un parco eolico con capacità di 3,5 GW sito nelle contee di Lincoln, Torrance e San Miguel, nel New Mexico, in grado di soddisfare il fabbisogno di oltre tre milioni di americani. SunZia Southwest Transmission Project ha già ottenuto l’approvazione finale del Bureau of Land Management degli Stati Uniti.

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