La via cinese al nucleare: il torio scartato dal Progetto Manhattan torna nel deserto del Gobi

Se in Cina riuscirà la sperimentazione di un reattore a sali fusi al torio, aprirà la strada a un nucleare più sicuro, con meno rifiuti e con un combustibile molto più diffuso dell’uranio.

Nel deserto del Gobi, a Wuwei, lo Shanghai Institute of Applied Physics ha iniziato la sperimentazione di un piccolo reattore nucleare a sali fusi al torio: 2 MW termici, criticità raggiunta nell’ottobre 2023, piena operatività da giugno 2024.

Su Nuova Energia, Guido Possa racconta perché questa notizia apparentemente minore potrebbe aprire, se la sperimentazione avrà successo, «una vera rivoluzione nell’utilizzo civile dell’energia da fonte elettronucleare». Il torio è 3-4 volte più abbondante dell’uranio nella crosta terrestre, e la tecnologia a sali fusi promette scorie drasticamente ridotte in quantità e durata.

Un limite militare, oggi un pregio civile

La parte più sorprendente dell’articolo è storica. L’uranio 233 ottenuto dal torio può fissionare come il pregiato uranio 235. Fu studiato a fondo dal Progetto Manhattan come possibile materiale per la bomba atomica, ma fu scartato: i raggi gamma emessi dal tallio 208, prodotto di decadimento della catena del torio, «avrebbero danneggiato i circuiti elettronici» necessari per l’innesco.

Un limite militare che, scrive Possa, «oggi è un pregio per il nucleare civile»: la stessa caratteristica che rendeva il torio inadatto alle armi lo rende difficile da deviare per scopi militari. Una non piccola garanzia, specie di questi tempi bui e guerreggianti.

Dopo i tentativi non pienamente soddisfacenti degli anni ‘60-’70 su reattori ad acqua (incluso il reattore di Shippingport), la strada più promettente si è rivelata quella sperimentata a Oak Ridge da Alvin Weinberg con il Molten Salt Reactor Experiment: un nocciolo di grafite come moderatore, attraversato da un liquido a sali fusi di litio e berillio contenente gli isotopi di uranio e torio.

La Cina riparte da dove Oak Ridge si è fermato

È lo stesso principio su cui oggi lavora la Cina, che punta già al passo successivo: un piccolo reattore modulare da 200 MW termici (100 MW elettrici) basato sui risultati del TMSR-LF1.

Possa non nasconde quanto lavoro resti da fare: dalla piena compatibilità dei materiali nel lungo periodo all’affidabilità degli impianti di trattamento chimico del combustibile. Ma la conclusione è netta. Sono passati settant’anni dalla conferenza ONU di Ginevra sull’energia nucleare civile: nonostante sia risultato da subito evidente il potenziale del torio, questa filiera resta ancora tutta da dimostrare su scala industriale.

E oggi, a tentare sul serio, sono i ricercatori cinesi.

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