Quando a marzo 2026 lo Stretto di Hormuz è stato chiuso, gli analisti prevedevano prezzi del petrolio a 150 o addirittura a 200 dollari al barile. Sette mesi dopo, siamo appena sopra i 100 dollari. Ma le riserve, che finora hanno scongiurato gli scenari da incubo per i carburanti, stanno per finire…

A scriverlo su The Conversation US sono Joshua Busby e Greg Pollock, esperti statunitensi di energia e di sicurezza nazionale. Joshua Busby insegna ad Austin, all’Università del Texas; Greg Pollock alla School of Foreign Service della Georgetown University. Lo Stretto di Hormuz rappresenta la principale via di transito del petrolio in uscita dal Medio Oriente. Il traffico si aggira oggi sotto il 15 per cento dei livelli prebellici e i prezzi del petrolio sono passati dai 65 dollari al barile di febbraio 2026 agli oltre 100 dollari di settembre.
E mentre la guerra continua e lo Stretto di Hormuzrimane chiuso, Busby e Pollock spiegano perché potrebbero verificarsi aumenti ancora più significativi dei prezzi dei carburanti, e forse anche momenti di scarsità o mancanza.
Perché i prezzi potrebbero aumentare (ancora)
«Se pensate che le vostre spese energetiche siano già alte, la situazione potrebbe ancora peggiorare». Come avvio non c’è male. Se è vero che all’inizio del conflitto gli analisti temevano subito prezzi del barile a 150 o addirittura 200 dollari – timore che è stato scongiurato – a distanza di sette mesi il mercato petrolifero globale ha ormai esaurito gran parte delle misure messe in atto per contenere gli aumenti. E anzi, mostra segnali che indicano la possibilità di nuovi significativi rincari, e forse anche di carenze di commodity.
La stretta si fa più forte
Nonostante la chiusura di Hormuz, una parte del petrolio riusciva comunque a uscire dal Golfo Persico. L’Arabia Saudita ha aumentato la produzione attraverso l’oleodotto Est-Ovest, che collega via terra Abqaiq, sul Golfo Persico, con Yanbu, sulla costa del Mar Rosso. A pieno regime, l’oleodotto può trasportare fino a 7 milioni di barili/giorno, benché in genere ne vengano esportati solo 4-5 milioni.
Tuttavia, gli attacchi di metà settembre hanno costretto i sauditi a interrompere i flussi. Anche se le operazioni sono riprese a volumi molto ridotti, probabilmente ci vorranno almeno due mesi per tornare alla piena capacità. Questa interruzione ha ulteriormente ristretto i mercati petroliferi, già sotto pressione.
Nel frattempo, in Russia gli attacchi dei droni ucraini hanno danneggiato alcune raffinerie, limitando la produzione russa di gasolio e spingendo il Paese a vietarne l’esportazione. Questo ha comportato una riduzione dell’offerta giornaliera di gasolio di un ulteriore 3 per cento.
Il gasolio è un carburante fondamentale per il trasporto su strada e marittimo: quando il suo prezzo aumenta, il risultato è un rialzo dei prezzi dei beni in tutta l’economia globale.
Il gasolio al centro
Negli USA il 22 settembre 47 Stati (su 50) hanno registrato prezzi del gasolio da record, con una media nazionale di 6,52 dollari al gallone. Prezzi elevati che hanno spinto il presidente Donald Trump a minacciare di vietare le esportazioni di gasolio. Una mossa che, secondo gli analisti, peggiorerebbe ulteriormente la situazione, accentuando la carenza di offerta globale e spingendo al rialzo i prezzi mondiali.
Il risultato è questo: gli americani spenderanno molto di più in carburante nel 2026 rispetto al 2025. Tra marzo e settembre, gli americani hanno speso 72 miliardi di dollari in più in benzina rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, oltre a 45 miliardi di dollari in più in gasolio. Si tratta di 117 miliardi di dollari di costi aggiuntivi per il carburante, che si sommano ai costi della guerra, stimati dal Pentagono a 45 miliardi di dollari all’inizio di settembre.
Questi shock sono stati ancora più acuti al di fuori degli USA. I Paesi dell’Asia meridionale e sudorientale, che rispetto agli Stati Uniti dipendono maggiormente dalle importazioni dal Golfo Persico, sono stati duramente colpiti. Alcuni hanno razionato il carburante, altri hanno adottato misure di emergenza – come la riduzione della settimana lavorativa e scolastica – per limitare i consumi.
Le difficoltà stanno colpendo anche l’Europa: il 20 settembre, circa il 15 per cento delle stazioni di servizio francesi risultava senza gasolio o benzina. Le immagini delle auto in coda nella speranza di fare rifornimento prima che il carburante finisca hanno fatto il giro del mondo. Simili a quelle degli anni ‘70 negli Stati Uniti.
I rimedi rimasti? Pochi
La comunità internazionale ha già adottato la maggior parte delle misure disponibili per frenare la domanda di petrolio e aumentarne l’offerta. Interventi che hanno ridotto l’entità degli aumenti, ma non li hanno impediti del tutto. Ora, gli strumenti a disposizione sono in gran parte esauriti, lasciando i prezzi dei carburanti sull’orlo del baratro di una nuova impennata.
A marzo, grazie allo sforzo coordinato di 32 Paesi, sono stati immessi sul mercato globale oltre 400 milioni di barili di petrolio prelevati dalle rispettive riserve strategiche. Queste scorte sono ora sostanzialmente esaurite.
Gli Stati Uniti da soli hanno rilasciato 130 milioni di barili, portando le proprie riserve al livello più basso degli ultimi 40 anni. E potrebbero non essere in grado di rilasciarne molto di più senza compromettere l’integrità strutturale delle caverne di sale in cui è stoccata la Riserva Strategica di Petrolio USA.
Il ruolo della Cina
Finora la Cina ha svolto il ruolo più importante nel contenimento dei prezzi globali del petrolio, rilasciando riserve ufficiali (e, a quanto pare, anche ingenti riserve aggiuntive non ufficiali). Il Paese ha ridotto le importazioni di petrolio greggio di quasi il 50 per cento tra febbraio e giugno 2026.
La crescente elettrificazione dell’economia ha svolto un ruolo chiave nella riduzione della domanda cinese di petrolio: oltre il 60 per cento delle nuove auto vendute in Cina sono elettriche o ibride plug-in. Complessivamente, l’elettrificazione del settore dei trasporti ha permesso al Paese di ridurre il consumo di petrolio di 1,35 milioni di barili/giorno nella prima metà del 2026.
Meno incoraggiante, per quanto riguarda le emissioni di gas serra, è il fatto che la Cina ha utilizzato più carbone per compensare la domanda di petrolio, e anche come alternativa per la produzione petrolchimica. Ma una preoccupazione forse più immediata è rappresentata dalla ripresa della domanda cinese, con un aumento del 6,2 per cento delle importazioni di greggio in agosto rispetto al mese precedente.
Uno sguardo al futuro
Il protrarsi del conflitto potrebbe far realizzare gli scenari da incubo per i carburanti che gli analisti avevano previsto all’inizio delle ostilità. Non è chiaro se ciò si tradurrà semplicemente (sic!) in prezzi molto più alti alla pompa o se porterà a carenze simili a quelle degli anni ‘70, con carburante insufficiente a qualsiasi prezzo e code interminabili ai distributori.
Con le elezioni di metà mandato alle porte, la Casa Bianca vorrà evitare questo scenario a tutti i costi. Ma l’amministrazione Trump ha a disposizione relativamente poche opzioni per attutire nuovi shock dei prezzi, i cui effetti potrebbero essere visibili non solo alla pompa di benzina, ma anche alle urne.






