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Scozia e Inghilterra divise (anche) dal nucleare

La crisi energetica è all’ordine del giorno di tutti i governi europei, che si trovano però a dover fare i conti anche con la decarbonizzazione. Così, se molti puntano ad accelerare le concessioni per nuovi impianti eolici o fotovoltaici, altri vogliono rafforzare la produzione da nucleare.

È il caso della Gran Bretagna, che si affida agli Small Modular Reactors (SMR) per aumentare la propria produzione da nucleare.


Lo sviluppo dei SMR sarà curato da un nuovo ente governativo, il Great British Nuclear.


In particolare, il piano britannico prevede l’installazione di otto reattori, uno all’anno da qui al 2030, nei siti di centrali già esistenti.


Piano a cui il governo scozzese ha negato ospitalità nel proprio territorio.



“L'energia da fusione – ha dichiarato Michael Matheson, ministro scozzese per Net Zero, Energy and Transport - è in una fase di sviluppo e il primo momento in cui potrebbe essere dispiegata è il 2040. Non darà un contributo sostanziale al nostro mix energetico nel breve e medio termine. Dobbiamo invece massimizzare il potenziale rinnovabile della Scozia. Ciò include l'impiego dell'energia eolica e marina, lo stoccaggio con idrogeno e tramite pompaggi”.


L’energia nucleare, da sempre parte della rivoluzione verde di Boris Johnson, copre oggi circa il 15 per cento del fabbisogno totale del Regno Unito.


In Scozia è ancora in funzione una sola centrale, a Torness. Costituita da due reattori, fornisce alla rete nazionale 1.190 MW, coprendo il fabbisogno elettrico di 2 milioni di abitazioni.


L’impianto di Torness, gestito da EDF Energy, dovrebbe chiudere nel 2030.