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Nucleare, il futuro nei micro-reattori modulari?

La necessità di aumentare l’indipendenza energetica dell’Europa e l’urgenza della decarbonizzazione hanno fatto tornare il nucleare al centro del dibattito, anche nel nostro Paese. Una soluzione auspicata da molti ma che ha nei lunghi tempi di implementazione una delle barriere da superare.

Ricerca e nuove tecnologie sembrano offrire però nuove possibilità. È il caso dei Micro Modular Reactor (MMR), che potrebbero contribuire rapidamente a decarbonizzare l’industria pesante e i trasporti. Un’analisi sulle potenzialità e i possibili utilizzi degli MMR viene proposta sul numero in distribuzione di Nuova Energia.


“Questi sistemi - scrive Riccardo DeSalvo, senior advisor di Ultra Safe Nuclear - così semplici da essere chiamati batterie nucleari, occupano 50 metri quadri e hanno taglie che variano dai 15 ai 30 MW termici, fino ai 45 MWt a seconda del modello”.

Possono erogare potenza per 10-20 anni senza bisogno di refueling e producono calore ad alta temperatura che può essere utilizzato direttamente a livello industriale senza pagare lo scotto della trasformazione in energia elettrica e senza perdite di trasmissione.


Per dare un contributo rilevante alla decarbonizzazione i micro-reattori modulari, che sono sicuri nella loro trincea qualche metro sottoterra, dovranno perciò diventare ubiqui nell’industria. Tuttavia, nel nostro Paese mancano ancora delle regole di certificazione specifiche per il loro utilizzo.


“Per quanto simili a quelle dei reattori più grandi - spiega DeSalvo - le norme per quelli costruiti in serie sono diverse: invece di un procedimento di validazione ad hoc per ogni reattore, serve una legislazione che permetta una certificazione per ogni modello, richiedendo poi solo lo studio dell’impatto ambientale locale per poterlo collocare negli stabilimenti”.

Intanto, negli Stati Uniti è già stata allestita la prima linea di produzione per fornire batterie nucleari. Il primo MMR entrerà in servizio a Chalk River, in Canada, nel 2026, il secondo nel campus dell’Università di Urbana-Champaign, in Illinois.

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