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Le interviste FEEM@COP28. In dialogo con Marcia Rocha su ambizioni climatiche e contributi nazionali

Le interviste FEEM alla COP28. Una proposta informativa interessante, per spiegare la transizione energetica in modo semplice, grazie ad agili testi accompagnati da brevi video. Valeria Zanini ha intervistato Marcia Rocha, capo dell’Unità Climate change expert group dell’OECD, sulle ambizioni climatiche globali e i contributi dei singoli Paesi.


Le interviste FEEM alla COP28 di Dubai, guarda il video

L’articolo 14 dell’Accordo di Parigi, firmato alla COP21 nel 2015, istituisce il Global Stocktake (GST), un bilancio globale dei progressi collettivi nella direzione del raggiungimento degli obiettivi fissati, al fine di riflettere sui progressi compiuti e offrire indicazioni alle Parti su ciò che ancora occorre fare per traguardare i target dell’Accordo.


A dicembre alla COP28 è stato presentato il primo GST (i prossimi saranno ogni 5 anni), in cui le Parti hanno concordato sul fatto che la rotta attuale porterà a un aumento delle temperature ben superiore al 1,5 °C. È stata quindi concordata la necessità di rinegoziare una serie di obiettivi per aumentare l’ambizione climatica (e, in parte, lo stesso GST lo ha fatto, riconoscendo “il bisogno di profonde, rapide e sostenute riduzioni delle emissioni di gas serra in linea con l’obiettivo di 1,5 °C”).


Allo stesso tempo, però, i trattati e le dichiarazioni sotto l’UNFCCC non contengono un linguaggio specifico su come rendere operativi gli obiettivi concordati. Per questo, l’OECD - Organisation for Economic Co-operation and Development- ha un’Unità, il Climate Change Expert Group, che negli ultimi anni ha tradotto gli obiettivi dell’Accordo di Parigi in criteri misurabili, con cui vengono filtrati gli scenari di mitigazione dei cambiamenti climatici per misurare l’allineamento agli obiettivi di Parigi.


Marcia Rocha, a capo dell’Unità CCXG, spiega che i risultati dei loro studi confermano che l’ambizione climatica globale non è sufficiente. Le ricerche più recenti mostrano infatti che molti dei tipping point - le soglie critiche che, quando oltrepassate, possono portare a cambiamenti accelerati e spesso irreversibili nel sistema climatico - possono essere superati già a livelli di riscaldamento globale molto più bassi di quanto pensato, e già a temperature che sono in linea con l’Accordo di Parigi.


“È solo limitando il superamento della soglia di un grado e mezzo che si può evitare di varcare queste soglie - commenta Marcia Rocha - e questo dipenderà da quanta CO2 sarà immessa in atmosfera da qui al 2030. Quello che abbiamo davanti è un decennio critico per prevenire gli impatti più pericolosi del cambiamento climatico”.

L’architettura dell’Accordo di Parigi è basata sul fatto che ogni Paese firmatario si impegna a condividere volontariamente un piano di ciò che farà per affrontare il cambiamento climatico e contribuire agli obiettivi collettivi sanciti nell’Accordo. I documenti tramite cui i Paesi firmatari dichiarano le proprie ambizioni climatiche e le proprie strategie per ridurre le emissioni nazionali e adattarsi agli impatti del climate change si chiamano Nationally Determined Contributions (NDC). L’Accordo di Parigi prevede che ogni Parte comunichi all’UNFCCC gli NDC che intende raggiungere, con una prima serie aggiornata entro il 2020 e successivamente ogni cinque anni, indipendentemente dai rispettivi tempi di attuazione.


Il 2024 sarà l’anno in cui si riapriranno le negoziazioni sulle caratteristiche degli NDC, in vista della presentazione dei nuovi NDC che avrà luogo durante la COP30 a Belèm (Brasile) nel 2025. Uno dei temi sul tavolo sarà l’obiettivo di migliorare la qualità degli NDC e la loro trasparenza. Uno dei punti principali della discussione (e politicamente più controversi) riguarderà l’ipotesi di concordare su caratteristiche comuni agli NDC di tutti i Paesi: convincere a riconciliare gli obiettivi nazionali con quelli collettivi di lungo termine in un sistema coerente non sarà semplice.



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