• SMART WORKING

Il diritto di contare… le ore di lavoro smart!

Una proposta di legge europea per evitare di portarsi il lavoro a casa


Vi ricordate il video della BBC in cui l’intervistato viene interrotto dall’entrata in scena (o in questo caso nell’inquadratura) di moglie e figli? Robert E. Kelly, analista politico americano, è diventato famoso nel 2017 per le sue disavventure familiari e lavorative: nel pieno della diretta sull’impeachment della presidente della Corea del Sud, nella stanza dove si trovava è apparsa saltellando una bambina, poi un bambino nel girello e infine la madre per cercare di farli uscire, il tutto nell’imbarazzo sempre più profondo del soggetto ripreso.


Il filmato degno dei migliori sketch di Stanlio e Ollio ha fatto il giro del mondo in poche ore. Oltre a far sorridere, il video fa anche pensare a quel fenomeno che si è imposto velocemente nell’ultimo anno - lo smart working - che dovrebbe conciliare le richieste del mercato con la vita privata dei dipendenti, rendendo tutto molto più semplice.

Il signor Kelly potrebbe giustamente dissentire...!


Effettivamente con una tecnologia onnipresente e una connessione internet sempre attiva ci si aspetta che tutti siano costantemente online e disponibili: se ti mando una email/messaggio/WhatsApp con un compito, sicuramente lo leggerai immediatamente e comincerai a lavorarci prima di subito. E le call (termine che in inglese indica la telefonata e che invece in italiano, non si sa bene il perché, comprende ogni tipo di comunicazione orale con uso di mezzi digitali, che siano chiamate, videochiamate, riunioni...) non valgono come attività lavorative, quindi non è un problema fissarne nove in una giornata di cui un paio dopo cena, no?

Fortunatamente in Europa ci si è accorti da tempo che è necessario tutelare i lavoratori, come previsto dalla Direttiva sul Tempo Lavorativo dei 2003 che definisce le ore minime di riposo necessarie alla salvaguardia della salute della persona.

Alcuni tra i 20 Pilastri Europei dei Diritti Sociali si occupano proprio del giusto bilanciamento tra vita lavorativa e privata, oltre ad assicurarsi che l’ambiente lavorativo sia sicuro, salutare e adatto alle esigenze.

In Italia siamo un po’ indietro, se prendiamo come riferimento il milanese imbruttito, stereotipo dell’impegnato uomo d’affari che produce in continuazione senza fermarsi, è dipendente dagli aggiornamenti continui e la cui soddisfazione maggiore consiste nel veder crescere i kappa – guadagni, in gergo. Perché “la vita è dura se non si fattura”. Tutto questo a discapito del giargiana di turno (dispregiativamente, tutti coloro che vivono al di fuori della circonvallazione. È un giargiana sia uno di Benevento quanto uno di Bollate), eternamente sottopagato e che vive di mandarini mangiati in fretta davanti al computer.


L’accelerazione nello smart working portata dal Covid-19 ha messo in allarme il Parlamento Europeo, tanto che la Commissione si esprimerà a breve sulla proposta di legge sul diritto a disconnettersi. Con 476 voti a favore, 126 contrari e 83 astenuti - forse questi membri parlamentari erano in multitasking e non erano attenti all’argomento trattato? – si chiede di garantire ai lavoratori la possibilità di prendersi le “giuste pause” dai devices a termine degli orari di lavoro senza incorrere in critiche, recriminazioni o altri tipi di discriminazioni da parte di colleghi e capoufficio.

Perché tanto interesse per smart working e ai suoi effetti?

Secondo una ricerca di EuroFound fatta ad aprile 2020, con la pandemia lo smart working è aumentato del 30%, quindi sono tante le persone che si sono trovate improvvisamente a gestire il proprio incarico da casa, spesso in situazioni sfavorevoli (figli piccoli in giro per casa, con il signor Kelly; spazi ristretti con tante persone che devono parlare al telefono; rallentamento delle operazioni e nelle task...). E passare dall’ufficio a casa non è facile come cliccare un pulsante, in quanto l’abitazione ha dei ritmi diversi (preparare il pranzo, rispondere al postino, spiegare la consegna al collega per telefono e non dal vivo…).

Il 27% delle persone che lavorano da casa ha dichiarato di aver lavorato durante le ore di tempo libero. Ed essere sempre online ha i suoi lati negativi, eccome se ne ha: le lunghe ed estenuanti ore connessi portano allo sviluppo di ansia, depressione, sindrome da burn-out e altre problematiche psicologiche e fisiche.

Se si tutelano i lavoratori in ufficio, perché non tutelarli ora che il luogo di lavoro è diventato la casa? La legge proposta sarebbe la prima nel suo genere, dato che ad oggi non ci sono regolamentazioni specifiche sulla necessità di “staccare” dai mezzi tecnologici usati per lavorare.

Forse in questo modo lo smart working diventerà degno del nome che porta, smart, ossia furbo, e non essere semplicemente lavoro compiuto da remoto senza regole.


Matilde Rosini