Nucleare: come Chernobyl segnò la fine di Arturo

Ricorre oggi l’anniversario della tragedia di Chernobyl, ricordata come uno degli incidenti più gravi legati al nucleare per uso civile. La storia del reattore sovietico si intreccia con la nostra, e in particolare con quella della centrale di Caorso, in provincia di Piacenza.

Arturo, come era soprannominato all’epoca l’impianto di Caorso, è rapidamente passato da gigante buono a pericolo a cielo aperto. La vicenda di Arturo (e le conseguenze che l’incidente di Chernobyl ha avuto sul nucleare italiano) è raccontata dai protagonisti dell’epoca nel libro Piacenza, capitale dell’energia – una storia lunga diversi secoli, di cui pubblichiamo un estratto.

«Era il 26 aprile 1986 quando, nei pressi di Chernobyl, la popolazione avvertì alcuni boati provenienti da uno dei reattori della vicina centrale nucleare: a causa di un incidente avvenuto durante un test del turboalternatore era “saltato” il reattore a uranio-grafite numero quattro. […] Quel 26 aprile la grafite contenuta nel nocciolo del reattore andò letteralmente in fiamme e i detriti radioattivi fuoriuscirono dall’impianto per giorni e giorni, quelli più pesanti ricaddero al suolo solo dopo alcuni chilometri, mentre i gas radioattivi e le polveri più leggere furono trascinati dai venti, contribuendo così a contaminare i cieli di mezza Europa.

Il giorno successivo il fotoreporter Igor Kostin sorvolava in elicottero il luogo dell’incidente. “La radioattività – disse in seguito in una concitata intervista – era così forte che quasi tutte le fotografie diventarono nere. La pellicola sembrava coperta da uno strato opaco. Quasi tutti i negativi erano neri, come se l’apparecchio fosse stato aperto e la pellicola esposta alla luce. Maria Curie aveva fatto la stessa esperienza quando aveva isolato il radio”. Una soltanto di quelle fotografie si salvò.

Il mondo venne a conoscenza dell’incidente di Chernobyl solo tre giorni dopo. Radio Mosca diede infatti l’allarme non prima del 28 aprile, dopo che i centri di controllo di una centrale nucleare svedese, rilevando livelli di radioattività più alti del normale, avevano ipotizzato una perdita in una centrale sovietica. Con l’annuncio ufficiale del disastro le autorità dei singoli Stati europei preposte alle emergenze nucleari rilasciarono raccomandazioni sanitarie alle popolazioni. Se, come in Francia, non vennero prese misure particolari (non lo ritennero necessario), in Italia furono invece comunicati suggerimenti atti ad affrontare l’emergenza: ad esempio si suggerì di evitare il consumo di verdure a foglia larga, pesci, funghi, latte fresco e relativi derivati, oltre a non acquistare generi alimentari provenienti dall’Est».

Pierluigi Filippi – anima, primo motore e promotore del volume Piacenza, capitale dell’energia – una storia lunga diversi secoli – per una circostanza casuale si trovava a Mosca il giorno dell’incidente. Pierluigi ci ha lasciato nel 2016; ci piace ricordarlo così, con il suo racconto di quei giorni, riportato nel libro.

«Avevo ricevuto dal presidente della cooperativa Val d’Arda di Fiorenzuola l’invito a partecipare ad una gita sociale, dal 26 aprile al 3 maggio, in Unione Sovietica, con visita a Mosca e Leningrado. Accettai volentieri, anche perché non ero mai stato in Unione Sovietica. Arrivammo a Mosca alle 23 dello stesso 26 aprile. All’aeroporto trovammo una fila infinita. Controlli accuratissimi, lenti, la guida che ci accompagnava non si capacitava, non era mai successo.

Arrivammo all’albergo Rossia alle 3.30 del mattino. Al risveglio ci servirono una colazione abbondante, con yogurt e latte. Il 28 aprile sparirono latte, yogurt e verdure.

Nessuno ci sapeva spiegare perché. La sera del 29 partimmo per Leningrado, dove sentimmo da alcuni turisti italiani che era scoppiata una centrale nucleare a Chieti. I conti non tornavano. Il ritiro del latte e delle verdure, il silenzio delle guide… Il 30 aprile telefonai a Piacenza a Sandro Fabbri, dirigente del servizio di radioprotezione del Pmp.

Mi comunicò che era saltata la centrale nucleare di Chernobyl, vicino a Kiev (non Chieti), e che la nube radioattiva era già arrivata in Italia. La guida russa mi confermò la notizia, ma disse che non era accaduto nulla di grave, c’erano stati solo 2 morti ed era in corso un’evacuazione entro il raggio di 30 chilometri dalla centrale. Mi venne un colpo».

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